Il corpo oltre il desiderio
I capi fotografati per questo progetto erano pezzi unici realizzati sartorialmente. Il loro valore era elevato, ma il budget di produzione inevitabilmente limitato. Non esistevano grandi scenografie, troupe numerose o la complessità produttiva delle campagne internazionali.
Da questo vincolo è nata una domanda.
Che cosa rimane della moda quando si rinuncia a gran parte degli strumenti con cui, abitualmente, cerca di catturare il nostro sguardo?
Sotto le arcate compare un manichino senza volto. Ha ancora un corpo, ma sembra aver perso ogni intenzione di esibirlo. L’abito bianco non accompagna un gesto, non accentua una sensualità, non promette nulla.
Eppure continua a imporsi con forza.
Le ombre sono lunghe. La piazza è vuota. Il silenzio sembra avere la stessa consistenza dei mattoni. Tutto appare sospeso, come se la scena fosse stata sottratta al tempo ordinario e collocata in un luogo in cui le cose non devono più dimostrare nulla.
Per gran parte della sua storia, la moda ha trovato nel desiderio una delle sue energie più potenti. Il corpo femminile è stato spesso il luogo privilegiato di questa relazione. L’abito ne accompagnava la presenza, ne amplificava il fascino e ne prolungava il potere di attrazione.

Qui accade qualcosa di diverso.
Il corpo non scompare. Rimane.
Ma smette di essere l’unica cosa che stiamo guardando.
L’abito allora cambia natura. Non serve più soltanto ad attirare lo sguardo. Comincia a evocare altro: mistero, intelligenza, immaginazione, identità. Diventa una forma che non può essere esaurita in un solo istante.
Forse l’emancipazione non consiste nel sottrarre il corpo alla rappresentazione.
Il corpo non teme il desiderio. Teme un solo significato.
Per un istante, sotto queste arcate silenziose, la moda smette di essere soltanto un linguaggio del desiderio.
E torna a essere un linguaggio del possibile.