La felicità è un attimo di libertà

La scena si svolge a Masira, in Oman, dove un gruppo di atleti erano impegnati in uno shooting pubblicitario di una azienda di windsurf. Le onde migliori erano lontane e per questo era necessario un 600mm con duplicatore di focale — il teleobiettivo annullava la distanza e l’aria limpida permetteva una buona resa.

Nella baia accanto una jeep sgangherata avanzava lenta sulla spiaggia, mentre gli atleti erano usciti dal raggio di azione. Per curiosità — forse per timore — lo sguardo dell’attrezzatura si rivolse sul mezzo. Scesero due donne con il burqa. In quell’istante l’attrezzatura puntava verso i soggetti carica di pregiudizio: di distanza culturale, di estraneità.

Davanti al mare agitato, senza uomini intorno, le donne tolsero il velo. Lasciarono che il vento gli sferzasse il viso. Scartarono lente due lecca-lecca e li gustarono con calma.

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Non sapevano di essere viste. Erano libere.

In quel momento il teleobiettivo smise di essere uno strumento tecnico e divenne qualcosa d’altro: il ponte involontario tra due mondi che non si sarebbero mai incontrati. Un’empatia senza contatto, senza che nessuno dei due sapesse dell’altro. E la maschera cadde — da entrambe le parti.

Quando nessuno ci guarda siamo più vicini a quello che siamo davvero. Lontani dagli sguardi, abbiamo la possibilità di esprimere il nostro daimon — e solo allora l’eudaimonia, la felicità, diventa raggiungibile.

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